Chiostro di Sant'Agostino - Pietrasanta.

Chiostro di Sant'Agostino - Pietrasanta.

I luoghi dell'Annunciazione, Chiostro di Sant'Agostino e Galleria Kontraste, Pietrasanta (LU), 17 dicembre 2000 - 31 gennaio 2001. La mostra coinvolgeva la galleria d'arte Kontraste, dove presentavo alcune opere di pittura e poesia visiva, e il Chiostro di Sant'Agostino, spazio espositivo della cittadina versiliese. Nel chiostro, e più precisamente nel porticato lungo i lati del cortile, avevo predisposto, quasi in un percorso iniziatico, quattro grandi opere, una per lato, che si rifacevano ad una simbologia elementare e primitiva, comune a tutte le geografie e culture umane e costituita di figure derivate dalla geometria. Di quel mio progetto facevano parte anche alcune poesie di Giancarlo Majorino, tratte da Provvisorio, (Mondadori, Milano 1982) uno dei pochi testi poetici sopravvissuti alla stagione sperimentale sorta negli anni Sessanta, nell'occasione lette nel Salone dell'Annunziata alla presenza dello stesso Majorino.

Così scrivevo nel comunicato di presentazione della mostra: [...] L'altra esposizione prende vita all’interno del Chiostro di Sant'Agostino dove quattro dipinti, espressione di quell’universo simbolico prima accennato, sono posti, uno per lato e in posizione speculare, a ricomporre una parabola e un percorso che si conclude, nell'ultima delle quattro opere esposte, nella visione del proprio volto riflesso da uno specchio posto al centro della tela, quasi a sottolineare come ogni nuova annunciazione trovi la propria ragione nel rimettere nella luce della storia il corpo umano, non più soggetto separato dalla realtà che in lui e intorno a lui si anima e prende vita, ma esso stesso luogo dove finalmente tutto quello che è, “qui e altrove”, annunci la sua presenza e si riveli in una stessa identità. Oggi, 2024, molto più semplicemente scriverei che quello specchio stava a indicarci che anche gli altri tre quadri che lo precedevano erano specchi: di qualcosa di noi che sfugge alla coscienza, agli occhi, ma ugualmente presente in noi, essenza di cui siamo parte, e che solo le voci dell'arte, nelle sue molteplici apparizioni, può indicare.

 


Nel catalogo che accompagnava la mostra così scrive Nicola Micieli: 
"Scrivevo recentemente di Arturo Lini, nell'occasione della sua mostra volterrana incentrata sulle Forme della memoria, come d'un uomo di rara sensibilità e riservatezza. Pensavo alla cortesia dei suoi modi, affatto privi d'ostentazione; al suo conversare pacato, mai fatuo e insinuante, anzi incline a ricercare il senso profondo anche degli atti più comuni, che altri consumano con sovrana indifferenza; alla discrezione con cui ti si porge, per donarti - aggiungo - attenzione e disponibilità al colloquio, piuttosto che in qualche modo invadere il tuo privato con un ego narcisista che non gli appartiene. Sono tratti distintivi decisamente fuori corso, quasi un'anomalia nel nostro tempo di smaccato e volgare esibizionismo, di forsennata ricerca della "visibilità" da cui sembra dipendere la misura del nostro esistere. Scrivevo altresì dell'artista come d'un assiduo frequentatore della soglia, dell'area di confine osmotica tra l'essere e l'apparire, luogo del transito in cui si rispecchia ogni duplicità, irriducibile a una forma rappresentativa, se non dell'ambiguità e dell'indeterminatezza. Luogo tuttavia privilegiato per il pittore che sa disporsi ad ascoltare gli echi, a osservare le scie dell'ininterrotto fluire, e permutarli in suscitazioni interiori cui attinge senso e potenziale espressivo la materia che si addensa e vibra sulla tela, ragione simbolica la forma enucleata in mandala e lontra archetìpali, prima che nelle figure della geometria ispiratrice dell'idea dell'ordine che deve governare, al suo principio e al suo fine ultimo, l'universo creato.

Nella loro sostanza evocativa, le essenziali, ma formicolanti partiture di Arturo Lini sono cosmografie. Non mappe celesti, ma intuitive, liriche riduzioni visibili della totalità. La sensibilissima tessitura pittorica che anima l'intera superficie, idealmente seguitando oltre i margini della tela, prefigura l'illimitata, molteplice e omogenea estensione dell'universo in eterno divenire, nell'inesausto alterno germinare ed estinguersi dei mondi, che lasciano traccia, testimonianza di luce al loro passaggio. Così è dello spazio e del tempo dell'uomo: modulazione di luce che Lini rende percepibile, per desiderio di durata nel luogo pur effimero della forma pittorica, con il diverso addensarsi e rifulgere della materia, talora agglutinata in isole che sembrano case dell'uomo, e promettono approdi, ma forse non sono che labili simulacri proiettivi, se non impronte evanescenti di remote galassie inaccessibili. Nondimeno contengono il fiato, gli umori depurati dell'uomo, quelle vaghe apparizioni. Non a caso l'artista le assume sovente a figure topografiche, a sigilli emblematici delle civiltà dell'uomo, per donarcele quali ancoraggi preziosi alla nostra deriva, per farcele riconoscere luoghi di identità estetica da dove potrebbe rigenerarsi la parola creativa, e aspirare a una rinnovata originarietà.

Nel chiostro di Sant'Agostino, in uno spazio edificato per la meditazione e la preghiera, aperto alla visione del cielo e, al contempo, commisurato al passo terrestre dei deambulatori immersi nella penombra Lini ha collocato tre dipinti e uno specchio ai quattro punti cardinali. Ogni stazione dell'itinerario che vorrei dire iniziatico, è un "luogo dell'apparizione", uno stato di avanzamento nella conoscenza di sé attraverso le apparenze pittoriche del mondo sensibile filtrato all'interiore visione dell'artista: sino allo specchio che restituirà il volto dell'avventurato viaggiatore, la porta d'oro da valicare per un possibile svelamento del mistero. La parola franta della poesia di Giancarlo Majorino, citata dalle pagine di "Provvisorio", accompagna l'itinerario della visione, a controcanto fonetico e, insieme, a guida ed echeggiamento del faticoso percorso verso l'integrità intuitiva della conoscenza. Ed ha, quell'ineguale segmentarsi di suoni da parole, e rigemmare di parole da suoni, l'andamento davvero umano del respiro sincopato, che sa di cadute già disperante, e di riprese del battito liberatorio, lungo il cammino."
Nicola Micieli, Pisa, novembre 2000

 

I luoghi dell'Annunciazione