Il 1968 è ancora ricordato, e a ragione, come uno spartiacque tra due società, attraversato dal prorompere di nuove istanze sociali in una società, quella nostra occidentale, regolata da norme che più non rispondevano al correre dei tempi, alle attese e speranze delle nuove generazioni. L'esigenza di nuovi equilibri, di nuovi orizzonti, di nuovi assetti sociali dettero origine a una stagione di lotte, rivendicazioni, manifestazioni e proteste tese alla creazione di un nuovo mondo, una nuova idea di comunità. Spesso in maniera confusa, procedendo per tentativi spesso velleitari e destinati al fallimento, ma che comunque dettero inizio a una stagione di rivendicazioni sociali, salariali, con occupazioni di fabbriche, scuole, che si protrassero, quasi percorrendolo interamente, per tutto il decennio successivo. Tra le diverse spiegazioni e analisi sulle origini di questo fenomeno ne sottolineo una, tra le molte che gli hanno dato vita, che richiede un breve accenno autobiografico, partecipando io stesso a quei moti, a quella particolare contestazione, se non sollevazione, popolare.
La mia famiglia è di origine contadina: lombarda quella del padre, toscana quella della madre. I miei genitori nati entrambi nel secondo decennio del Novecento, hanno compiuto gli studi elementari quando niente più permettevano le condizioni economiche delle loro famiglie. Diversamente da quanto successo ai nostri genitori il successivo "miracolo economico" degli anni Cinquanta e Sessanta che percorse il nostro paese, nell'esplosione di un maggior benessere economico che lo accompagnava, aveva permesso ad alcuni di noi, figli del popolo, di poter procedere negli studi, fino al conseguimento di un diploma, una laurea universitaria, meta impossibile se non impensabile - come dicevo - per i nostri genitori.
Per la prima volta quel bruco nero che si portava sulle spalle il mondo, e composto di contadini, di operai, sfruttati o nullatenenti, poteva alzare la testa, pensare di volare, e attraverso gli occhi della mia generazione guardare e mettere piede in stanze fino a ieri vietate le cui finestre ora si aprivano non più solo su campi di lavoro o officine, ma anche sui luoghi della borghesia, i suoi uffici, i suoi ritrovi, i salotti della cultura e del potere. Il '68 appunto, con la sua immensa voglia di riscatto di classi sociali fino ad allora estranee ed estromesse dai luoghi buoni del vivere. Finalmente potevamo guardare dentro gli ingranaggi e assetti della nostra società, conoscerne i suoi meccanismi, seguirne e progettarne lo svolgimento, il percorso e in questo pensare e credere di poter sovvertire quel mondo, le regole, le disparità sociali e salariali che fino ad allora lo avevano abitato.
Gli anni che seguirono furono un radicalizzarsi di questo spirito, conducendoci anche ad errori certo, nella spinta di un sentimento di riscatto e giustizia sociale che presidiò tutto il decennio seguente, in un motto che guidava quei sogni e quei movimenti e che li ricapitolava: Liberté, Égalité, Fraternité. Ignorando, per quello che riguarda il movimento studentesco, rivendicazioni settoriali o tornaconti personali che pure allora esistevano nell'acquisizione di un diploma o di una laurea che ci avrebbero permesso, allora, un rapido inserimento nel mondo del lavoro aprendoci a una carriera e una vita economicamente agiata. Oggi sfogliando album di fotografie che ci parlino di quella generazione, di quei giovani del '68, quasi sempre li troveremo dietro bandiere o striscioni politici, incolonnati in cortei o manifestazioni di lotta o protesta, spesso in scontri velleitari con le forze dell'ordine che niente risolvevano se non testimoniare una rabbia covata per secoli e ora, finalmente, esplosa.