Provvisorio

Provvisorio

Incontrai il poeta Giancarlo Majorino verso la metà degli anni Ottanta a Lido di Camaiore, la bella cittadina versiliese che corre, lungo la costa tirrenica, proprio di fianco a Viareggio. Era qui per il Premio di Poesia Camaiore, ospite di Francesco Belluomini, presidente e animatore del Premio.

Lo incontrai in un albergo sul lungomare, andato a quell'incontro spinto dalla grande curiosità che un suo libro, allora recentemente pubblicato, mi aveva procurato. Quel libro era Provvisorio, edito per Lo Specchio Mondadori: uno dei pochi testi, a mio avviso, che rimarranno di quel movimento e sommovimenti che avevano avuto origine nei nostri anni Sessanta, in una ricerca poetica spassionata ma spesso confusa, condotta dietro il filo dell'intelletto, dove le ragioni e le regioni intellettuali e teoriche abbondavano, densa di cerebralismi, ma raramente capace di pulsare di quella strana e selvaggia, perché mai ammaestrabile, luce che è poi il testo poetico.

Provvisorio sfuggiva a tutto questo: era indubbiamente un testo d'avanguardia, nasceva senza titubanze in quello stesso alveo, ne riprendeva impostazioni e disegni, facile quindi a essere confuso tra i molteplici che in quel tempo, nella letteratura italiana e internazionale, venivano pubblicati senza altro motivo che quello di proporre un linguaggio alieno alla tradizione, non solo a quella poetica - come ne era, per diversi motivi, esplicita e dichiarata intenzione - ma anche a qualsiasi timbro o registro comunicativo; facendo di quella difficoltà a dirsi, o a darsi, il perno di una poeticità che, al contrario, necessita di ben altro, oltre la stravaganza linguistica, per potersi dire poesia. Difficoltà, incongruenze, testi nati più in laboratorio che nella esperienza della vita, astrusità, con il destino ed esito ampiamente scontato e prevedibile, confermato nel corso degli anni, di un rapido declino di tutte quelle poetiche e di quelle confuse pagine.

In quei versi di Majorino pulsava invece una passione che li governava e accendeva, che avvertivo ma che non sapevo nominare. E per trovare quel nome andai, appunto, all'incontro con il poeta. Parlammo di tante cose, volammo o sedemmo intorno a quei versi, ma non ebbi la risposta che cercavo. Ci incontrammo nuovamente nel 2000, questa volta a Pietrasanta, ancora in Toscana e nell'occasione di una mia mostra di pittura costruita e disposta all'interno del chiostro di Sant' Agostino, in una idea che veniva e perdurava da quei lontani anni Ottanta e che ancora comprendeva quei versi del poeta milanese, o qualcosa che in quelli avvertivo, ponendoli come parte viva e significativa della mia esposizione svolta lungo i quattro lati del portico all'interno del chiostro dove, tra l'altro, avevo organizzato, nell'economia della mostra stessa, una lettura di alcuni testi di Provvisorio, affidata ad alcune attrici che, in verità, glissarono alquanto dalle mie impostazioni e intenzioni dando una lettura che non mi convinse e che ancora rimpiango di non aver saputo spiegare e piegare alle mie idee e volontà.

Alla sera cenai insieme al poeta e ad altri amici. Tra quelli ricordo Nicola Micieli, e il poeta genovese Luciano Roncalli. In quella conversazione, nel suo libero scorrere, un poco del mio originario stupore ebbe finalmente un nome, che ancora sale alla mia mente quando poso gli occhi su quel testo; ancora convinto, come allora, che Provvisorio rappresenti una reale evoluzione della poesia italiana, un passaggio centrale, le cui fila, ora disperse o disattese, un qualche giorno saranno riprese e i semi in quei versi custoditi verranno, prima o poi, a fiorire.

Provvisorio, introduzione di Giuseppe Pontiggia alla prima edizione, Lo Specchio Mondadori (Mi), novembre 1984.
I temi che ricorrono in tutta l'opera di Majorino - la ferocia come "pietas" dei rapporti, lo spazio che unisce la vita delle case a quella della strada e della città, il pathos non della lontananza, ma della vicinanza - ritornano qui intensificati, affrontati con la durezza del coraggio, l'unica che consente una voce della disperazione: e ne sono esiti coinvolgenti poesie come "Cesarano" o "Denti di latte" o "di'-allora dico". Ma tutta la raccolta appare, nella radicalità delle sue scelte e nella ricchezza espressiva del suo linguaggio, un punto nodale non solo nel percorso di Majorino, ma nella poesia dei nostri anni.